Nella gara dei 100 metri gli occhi erano puntati sul duello giamaicano Bolt-Blake, ma è stato il terzo giamaicano ad attirare l'attenzione del vostro blogger.
Un'amica, dopo aver letto il post dedicato a Tania Cagnotto, mi ha incitato a proseguire nel racconto delle Olimpiadi (tutte le news sul blog dedicato a Londra 2012). "Bravo - mi ha scritto -, ora aspetto le tue considerazioni su Bolt". Il primatista dei centometri, l'uomo più veloce del mondo, il recordman, l'uomo-jet, l'extraterrestre, il superman. Si, insomma, l'atleta giamaicano dalle lunghe leve e dall'allegria contagiosa. Quanti appellativi abbiamo sentito in questi giorni per definire Usain Bolt? Innumerevoli.
Ho ascoltato telecronisti dare fondo al vocabolario di sinonimi e alla propria fantasia per commentare le gesta di un atleta straordinario. E in effetti cosa c'è da raccontare oltre? Cosa c'è da dire che non sia stato ripetuto più e più volte.
Ad un'analisi attenta, per chiudere i dibattiti, ci sarebbe solo da ribadire le parole che il diretto interessato ha pronunciato nel post-gara. Una sintesi che forse lo descrive meglio delle migliaia di parole spese sin qui: "Blake lavora tanto - ha detto riferendosi al compagno di nazionale arrivato secondo -, io ho più talento". Un atleta baciato da madre natura, bravo a valorizzare e sfruttare al meglio quel dono.
Ripensando alla gara dei cento metri, in ogni caso, mi sono accorto che i miei occhi, nel corso della riproposizione delle immagini, sono stati attirati non dalla testa ma dalla coda della competizione. Ai più non sarà sfuggito l'infortunio all'adduttore di Asafa Powell che, a pochi metri dalla partenza, lo ha costretto a mollare tutto, raggiungendo zoppicante il traguardo. Una circostanza che mi ha fatto pensare, ancora una volta, a quanto possa essere bello e al tempo stesso crudele lo sport.
Provate, per un attimo, a mettervi nei panni del più anziano dei tre finalisti giamaicani (è un classe '82). Aspetti quattro anni, lavorando a fondo sulla preparazione, vuoi arrivare tirato a lucido e probabilmente ci riesci. Sei in finale, i riflettori sono puntati altrove, ma tu puoi ancora dire la tua e magari far venire un po' di sudori freddi agli avversari. E invece, in quel battito di ciglia che è una gara dei 100 metri, sei costretto a fermarti anche prima. In una frazione di secondo. Un muscolo che cede, una fitta, gli avversari sfrecciano e tu resti indietro.
E adesso? Non resta che rialzarsi. Il vecchio leone non vorrà lasciare così: Rio, in fondo, è distante solo quattro anni!
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Adir Rosario
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